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Ritratto di un’attivista romena

Alina Dumitriu ha iniziato a fare attivismo a 16 anni e da allora ha capito che questo sarebbe stato il suo lavoro per il resto della vita. Oggi, a 46 anni, è un'influencer civica e dirige la ONG Senso Positivo.

Alina Dumitriu
Alina Dumitriu

, 11.02.2026, 16:42

Ogni volta che parli con Alina Dumitriu, la sua mente è concentrata su qualcosa. Dalla violenza sugli animali, alle vittime di violenza sessuale, all’espansione dei parchi di quartiere a Bucarest, alla disponibilità di trattamenti per l’HIV nelle farmacie, alle situazioni che riguardano i migranti economici. «Beh, fin da piccola – ricordo di aver visto bambini di colore, dall’Africa, in TV. Ceaușescu permetteva che fossero mostrate simili immagini di tanto in tanto, così che potessimo vedere, probabilmente, che è peggio altrove. Compirò 47 anni tra due mesi e ho vissuto 10 anni sotto il regime comunista e sì, ho visto bambini con il rachitismo in TV, e quando i miei genitori mi hanno chiesto cosa volessi fare da grande, ho detto loro che volevo aiutare i bambini di colore che vedevo in TV. E questa cosa mi è rimasta dentro e volevo davvero andare a fare volontariato».

Al momento, Alina afferma che in Romania si sta già occupando di problemi gravi e questo non le consente di andarsene a lungo termine. A 16 anni, Alina Dumitriu si è unita alla collega di sua madre che, oltre al suo lavoro in una banca privata, coordinava le attività di un’organizzazione non governativa. È così che si è ritrovata a fare volontariato con alcune bambine che credeva orfane. Si è presto resa conto che avevano i genitori, ma che loro avevano scelto di affidarli alle cure dello stato. Poi è stata invitata a insegnare arte in una scuola informale per adolescenti sieropositivi. «Nel 1992 o, almeno, in quel periodo, siccome l’argomento era così tabù: quanti bambini ci sono stati e in quale periodo di tempo, alcuni dicono una cosa, altri dicono un’altra. Comunque, durante il comunismo, sì, con quella coorte di neonati infetti da HIV, 14.000, un incidente epidemiologico unico al mondo. E ho detto subito che volevo farlo. Inoltre, io ero appassionata di psicologia, psicoterapia, leggevo molto – cioè, mentre gli altri bambini leggevano narrativa, io leggevo Jung, Freud, era la mia passione. Mi piaceva molto il concetto di arteterapia e ho iniziato a leggere ancora di più a riguardo e ho cercato di abbinare le due cose».

Fu così che iniziò a parlare con adolescenti istituzionalizzati, vittime dell’incidente epidemiologico, rendendosi conto che la differenza tra ciò che stavano vivendo e ciò che pensavano di vivere era enorme. Innanzitutto, racconta Alina, tutti credevano di avere l’AIDS e di essere destinati a morire. «E quando ho iniziato a leggere sul virus, mi sono resa conto che, in realtà, non erano in uno stadio di AIDS, ma in uno stadio di HIV, e che erano praticamente sani, erano solo portatori di un virus. Dopo alcuni anni, anche il modo in cui ci relazioniamo all’HIV nella letteratura accademica è cambiato. Ciò che avevano era una condizione cronica o curabile a lungo termine, quindi non una malattia. Ma sono stati infettati negli anni ’80 negli ospedali. Allora, non hanno avuto cure. Circa 4.000 di loro, a quanto ho capito, sono morti. Il problema con il numero è che è un argomento tabù, nessuno vuole parlare di come lo stato abbia fatto una cosa del genere a questi baimbini »

Alina Dumitriu racconta che il Dott. Cătălin Apostolescu è stato un vero sostegno per lei nei 20 anni in cui ha lavorato con pazienti appartenenti a gruppi vulnerabili e di tossicodipendenti. E’ stato lui a incoraggiarla, 21 anni fa, ad aprire l’Associazione « Senso Positivo », che supporta le persone affette da HIV e i gruppi ad alto rischio di contrarre il virus. Oltre al suo lavoro effettivo all’interno dell’ONG, Alina Dumitriu è un’attivista civica e influencer, che utilizza la sua piattaforma Instagram seguita da oltre 14mila persone. «Prima di tutto, faccio molti inviti all’azione. Chiedo loro di reagire, di inviare segnalazioni. E lo fanno. Sono loro immensamente grata. C’è stato un caso in cui un ragazzo ha minacciato di fare del revenge porn a qualcuno sul moi wall. Ma ho consultato un avvocato e si è trattato effettivamente di un reato; anche se, la polizia mi ha detto che non lo era. Sono state inviate 200 segnalazioni alla polizia. (…) È una comunità di persone che vogliono davvero fare qualcosa. E sono preoccupate per ciò che sta accadendo in questo Paese e, sì, vogliono essere parte del cambiamento, essere il cambiamento che è così necessario in questo Paese – prendere parte attiva».

Alina ritiene che gli influencer abbiano una grande responsabilità nei confronti delle persone che li seguono. Racconta di aver recentemente letto una notizia sulla stampa romena che si è rivelata una fake news. Subito dopo, ha pubblicato un altro post in cui lo annunciava e lo riconosceva, ma afferma che non molti creatori di contenuti lo fanno.

Alla domanda su quanto sia difficile essere un’attivista a tempo pieno in Romania, Alina avverte che le persone in questo campo soffrono spesso di disturbi psicologici e che lei stessa convive con uno stress traumatico secondario diagnosticato, non curabile, ma solo tenuto sotto controllo con i farmaci. Le persone più inclini a soffrire di questa condizione sono coloro che lavorano in oncologia pediatrica o con tossicodipendenti: in entrambi i casi il tasso di mortalità è molto alto. Tuttavia, col tempo, ha imparato a gestire molto bene le sue emozioni e, se potesse tornare indietro nel tempo, non cambierebbe nulla.

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