La popolazione romena sta diminuendo e invecchiando?
"Il volto della Romania dipenderà dalle scelte che faremo", afferma il professor Dumitru Sandu, sociologo ed esperto di demografia e migrazioni. Solo l'attuazione di soluzioni ben concepite può portare a un aumento del tasso di natalità, a un miglioramento del rapporto tra le generazioni giovani e quelle anziane o a una riduzione dell'emigrazione.
Roxana Vasile, 15.10.2026, 11:33
Al 1° gennaio 2026, la Romania contava una popolazione residente di 19.041.322 unità, secondo i dati provvisori pubblicati a fine agosto dall’Istituto Nazionale di Statistica. Per “popolazione residente” si intende il numero totale di individui — cittadini romeni, stranieri o apolidi — che hanno la propria dimora abituale in Romania per un periodo di almeno 12 mesi.
Nell’arco di un solo anno, gli statistici hanno registrato un calo di appena 1.829 residenti: una variazione minima rispetto alla popolazione complessiva. Tuttavia, le due componenti alla base di questo dato coinvolgono cifre nell’ordine delle centinaia di migliaia. Nello specifico, la Romania ha perso circa 104.000 abitanti a causa del divario tra nascite e decessi; tale deficit è stato però quasi interamente compensato da un saldo migratorio positivo di circa 102.000 unità. Si tratta di un cambiamento particolarmente significativo per un Paese le cui dinamiche demografiche, negli ultimi decenni, sono state fortemente condizionate dall’emigrazione dei cittadini romeni verso l’estero! Ora la tendenza si è invertita: il numero di persone che arrivano o tornano a vivere in Romania — gli immigrati — ha superato quello di coloro che partono — gli emigrati.
Sia le partenze che gli arrivi si concentrano prevalentemente nelle fasce d’età attiva, con i flussi maggiori che interessano i giovani adulti e gli adulti di mezza età. Gli uomini rappresentavano la maggioranza sia tra gli emigrati (57,9%) che tra gli immigrati (58,6%). Di conseguenza, i movimenti migratori incidono non solo sul totale della popolazione, ma anche sulla consistenza della popolazione in età lavorativa.
È altrettanto vero che, su una popolazione residente complessiva di poco più di 19 milioni di persone, la quota di individui di età pari o superiore a 65 anni è salita al 20,5%. Parallelamente, la percentuale di minori di 15 anni è scesa al 15,1%. Il risultato è un deterioramento del rapporto tra queste due generazioni: si contano quasi 136 anziani ogni 100 bambini.
Infine, ma non per importanza, la Romania continua a perdere terreno sul piano demografico: il numero di nuovi nati è calato di oltre il 4% su base annua, segnando una flessione di quasi il 33% rispetto a dieci anni fa.
Il professor Dumitru Sandu, sociologo ed esperto di demografia e migrazioni, spiega a Radio Romania che la situazione non è così drammatica come potrebbe sembrare: “Le cose stanno cambiando sotto molti aspetti. La Romania è un Paese in trasformazione – e non è l’unico ad affrontare queste problematiche – quindi inizierei, per così dire, col ridimensionare il quadro, perché la situazione non è così critica. Ad esempio, l’invecchiamento è indubbiamente un problema, ma non siamo il Paese europeo con la tendenza all’invecchiamento più marcata. Il tasso di natalità è in calo, ma non in modo così drastico come in Giappone, per citare un caso – Paese che è molto più avanti sotto questo profilo… Tutti i fattori menzionati – invecchiamento, natalità, migrazioni – rappresentano effettivamente delle criticità, ma cosa dobbiamo fare? Dobbiamo valutare immediatamente soluzioni, strumenti e strategie per contrastare queste tendenze”.
Secondo il professor Dumitru Sandu, ciò che serve – tra le altre cose – è un miglior funzionamento delle istituzioni statali: “Abbiamo bisogno di un denominatore comune per queste questioni: l’invecchiamento della popolazione, il calo delle nascite e l’emigrazione. Uno dei denominatori comuni di questi problemi sono le ‘istituzioni’. Dobbiamo garantire che tali istituzioni operino in modo più efficace. Anni fa ho condotto un’indagine nell’area di Madrid, incentrata proprio su come favorire il rientro in patria dei rumeni residenti in Spagna. Una delle risposte emerse – valida allora come oggi, e applicabile sia al tema della migrazione che a quello della natalità (dato che l’invecchiamento è un fenomeno conseguente) – è che dobbiamo far sì che le istituzioni rumene funzionino in modo paragonabile a quelle di Gran Bretagna, Germania, Francia, Spagna e così via. Dispongo dei risultati dell’indagine e di dati comparativi a sostegno di questa tesi; in un sondaggio Eurobarometro, è stato chiesto alle persone: ‘A quali condizioni restereste nel Paese?’ – perché non basta tornare, bisogna anche restare. E per restare, occorre meno corruzione. Non sono io a dirlo, ma i cittadini. Ciò implica istituzioni che funzionino meglio, in modo più efficiente e più trasparente”.
Secondo l’esperto di demografia e migrazioni, un altro fattore chiave riguarda l’ambito lavorativo – che comprende sia il reddito che le opportunità professionali – il quale deve stare al passo con i tempi: “Ho detto che il lavoro è un altro denominatore comune, un pilastro per incrementare la natalità e incoraggiare il rientro nel Paese. Poi c’è la questione del reddito; tutti parlano di reddito. Si pensi al caso dei medici! Abbiamo aumentato i loro stipendi qualche anno fa, eppure continuano a lasciare il Paese. Perché? Semplicemente perché le opportunità di crescita professionale all’estero sono diverse”.
Purtroppo, invece di cercare e attuare soluzioni che portino a risultati concreti, il dibattito pubblico in Romania è dominato da sterili lamentele: ci si preoccupa del calo demografico, dello spopolamento dei villaggi, della bassa natalità, dell’elevata emigrazione e così via. Lamentarsi all’infinito non serve a nulla, afferma il sociologo professor Dumitru Sandu: “La Romania diventerà esattamente ciò che le nostre azioni determineranno. L’idea di un destino ineluttabile è falsa; qui non esiste il destino. La Romania potrebbe semplicemente ritrovarsi in condizioni molto peggiori, oppure molto migliori. Faccio un esempio: i fondi europei. Li utilizziamo per ogni sorta di iniziativa – il che è positivo – ma non per far tornare le persone a casa. Attualmente, abbiamo tra i 4,5 e i 5 milioni di cittadini rumeni che vivono all’estero. Voglio sottolineare che questi cittadini rappresentano, di fatto, una risorsa per il Paese. Possiedono capacità di pensiero critico, la facoltà di fare confronti e così via. Eppure, il numero di parlamentari che rappresentano la diaspora nel Parlamento rumeno è più o meno pari a quello di contee piccole come Călărași, Ilfov o Ialomița. Una situazione del tutto inaccettabile!”
Se ci limitiamo a lamentarci senza agire – aspettando, come dice il proverbio, che “cada il blocco di sale” [attendendo passivamente il disastro] – la Romania potrebbe subire un calo demografico di 3,4 milioni di unità entro il 2080, con un quarto della popolazione rimanente composto da persone di età pari o superiore ai 65 anni.