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La demolizione del patrimonio religioso di Bucarest

La storia del patrimonio religioso di Bucarest nel XXesimo secolo, soprattutto nella sua seconda metà, è stata una di colpi mortali inferti dal regime comunista. Le perdite patrimoniali furono ingenti e irreparabili, tra cui il famoso monastero di Văcărești, il più grande monastero ortodosso dell'Europa sudorientale, che fu raso al suolo senza esitazione.

Pagine di storia
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, 29.09.2025, 08:00

Dalla maggior parte dei racconti sulla scomparsa del patrimonio religioso tra gli anni ’50 e ’80 si può notare l’atteggiamento di disprezzo e arroganza che il regime e i suoi attivisti avevano nei confronti del passato della Romania.

La storica Speranța Diaconescu ha lavorato presso l’Ufficio per il Patrimonio Culturale Nazionale del Comune di Bucarest. Nel 1997, intervistata dal Centro di Storia Orale della Radiodiffusione Romena, ha raccontato il trattamento applicato dal regime al patrimonio religioso che lo irritava. “Le cose hanno seguito una curva ascendente, ma è stato un continuum, nel senso che le demolizioni sono iniziate dall’inizio del regime, intensificandosi lungo il percorso. Pertanto, insieme alla costruzione di diverse nuove aree della capitale, le fasi costruttive prevedevano anche la demolizione di importanti edifici storici e con grande valore archittetonico, che non erano protetti. E questo fin dall’inizio. C’e’ stata la Chiesa Stejarului in Piazza del Palazzo, che crollò quando furono costruite la Sala del Palazzo e tutte le case lì. Questa era la politica degli anni Cinquanta e Sessanta. Solo che allora ce ne sono stati uno, due, si andò su grandissima scala nel momento in cui fu realizzata una costruzione su una vasta area, l’area del Centro Civico, un’area di Bucarest non solo vasta, ma anche con una tradizione storica. L’area comprendeva molte chiese, molte case antiche, e quindi la perdita per il patrimonio storico e architettonico della città di Bucarest è stata importante”, spiega Speranța Diaconescu.

Il culmine del disprezzo venne raggiunto negli anni 80 quando cominciò la cosiddetta politica di sistematizzazione urbana di Bucarest. Poi il patrimonio religioso nel nuovo centro civico che Nicolae Ceaușescu stava costruendo sulla vecchia Bucarest è stato demolito o spostato. Speranța Diaconescu ha ricordato anche il caso della Chiesa Pantelimone, situata su un’isola all’estremità orientale di Bucarest, demolita nel 1986. “Ci sono stati gli scavi archeologici, il luogo è stato pulito, poi ci sono stati il salvataggio di importanti pezzi del patrimonio e la demolizione vera e propria. Queste sarebbero le tappe. C’erano il monumento funebre di Alexandru Ghica e alcune cornici, il frontone della chiesa del 1752, una lastra tombale del XVIII secolo, lo stipite di una porta, una colonna della chiesa di Pantelimone, e un candelabro in pietra e legno, dipinto e dorato, che era qualcosa di più speciale e credo unico, del 1752. Era poggiato sul monumento funebre del principe Alessandro Ghica II. Erano tutti molto ben lavorati e in un stato di conservazione abbastanza buono”, aggiunge Speranța Diaconescu.

Il disprezzo per il patrimonio culturale era generalizzato, dai decisori ai lavoratori comuni. “Sollevando la lapide, trovarono il sarcofago di Alexandru Ghica. E poi è successo qualcosa di strano e spiacevole. Pensarono di fare delle ricerche archeologiche con questo cadavere, molto ben imbalsamato, in una bara di piombo e in una bara di legno. Attraverso la visiera che aveva la bara di piombo, si poteva vedere che il corpo era abbastanza ben conservato. Carbonizzato ma ben conservato. E poi aprirono la bara di piombo, poi la bara di legno e cominciarono a misurarlo, a togliergli la camicia, a togliergli la cintura per vedere se c’era un medaglione d’oro o se non c’era qualcosa d’oro sotto la cintura. Era presente un’intera commissione. Erano molto indignati perché aveva solo un crocifisso e un anello. Era un pretendente al trono dei Principati Uniti, era una personalità, come poteva avere così poco? È certo che si decise di portare la bara di piombo al museo, perché era una cosa da museo, e ciò che restava del povero principe fu infilato in un sacchetto di plastica e lasciato in un cespuglio. Che aveva cominciato a puzzare un po’. E ho dovuto, insieme a un collega, lottare con tutte le forze per fargli fare una bara con delle miserabili tavole di legno e una fossa per la sepoltura. È vero, in questo ci ha aiutato anche il parroco, che è stato disposto a cedere uno dei posti nel parco della chiesa. Io ho organizzato anche una specie di cerimonia di sepoltura. Non necessariamente che la mia coscienza mi rimproverasse, ma mi sembrava così ingiusto nei confronti di questa personalità della nostra storia che gli accadesse qualcosa del genere, che ho sentito il dovere di tenere un memoriale”, conclude Speranța Diaconescu.

Nella seconda metà del XXesimo secolo, il patrimonio religioso di Bucarest fu calpestato letteralmente, non solo figurativamente. E quello che esisteva allora rimase solo nei documenti.

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