Chi mantiene viva la cultura
Nel 2026, lo stato romeno ha stanziato circa 1,44 miliardi di lei (circa 277 milioni di euro) per la cultura attraverso il bilancio del Ministero della Cultura, ovvero meno dello 0,1% del PIL.
Adina Vasile, 11.06.2026, 10:57
Nel 2026, lo stato romeno ha stanziato circa 1,44 miliardi di lei (circa 277 milioni di euro) per la cultura attraverso il bilancio del Ministero della Cultura, ovvero meno dello 0,1% del PIL. Nonostante le risorse insufficienti, la comunità artistica romena continua a farsi conoscere a livello europeo. Ad esempio, il Castello di Banffy a Răscruci ha ricevuto quest’anno il premio Europa Nostra, il più prestigioso riconoscimento europeo per il patrimonio culturale.
Miruna Găman, dottoranda in studi culturali e responsabile di progetto per Horizon Europe, afferma che la cultura rappresenta tutto ciò che esprimiamo come persone, e non è un campo necessariamente legato a una specifica specializzazione di primo livello: «Solo se si vuole analizzare scientificamente, nel modo più obiettivo possibile, i fenomeni a livello sociale. Ma, se la consideriamo a livello individuale, a livello di comunità, chiunque può essere creatore e fruitore di cultura. Il problema, dal mio punto di vista, sorge quando certi tipi di espressioni umane, certi atti creativi, certi prodotti culturali non vengono considerati parte della cultura perché trasmettono messaggi con cui certe categorie sociali non concordano. Ma, in fin dei conti, dicono qualcosa sulle preoccupazioni di un gruppo di persone in quel momento. Dicono qualcosa su come appare una società o una parte di essa in un determinato momento, in un determinato luogo, in un determinato contesto.»
Miruna Găman porta l’esempio delle manele, uno stile musicale controverso, un argomento che polarizza l’opinione pubblica e che, ciononostante, rappresenta il risultato di un complesso atto creativo, con una lunga storia, che parla delle preoccupazioni e dei temi di interesse di determinati gruppi sociali. Alla domanda sul perché la cultura sia importante, Miruna Găman ha risposto : «Innanzitutto, se guardiamo a ciò che rende funzionale una società al di là delle infrastrutture materiali, diciamo trasporti efficienti, infrastrutture sanitarie, ospedali e altre cose che soddisfino i bisogni primari, una società funzionale si basa sull’istruzione e sulla cultura. Se guardiamo agli stipendi dei museografi, stiamo parlando di cifre intorno ai 3.000 lei (circa 577 euro). Quindi, innanzitutto, stiamo parlando di un budget molto basso che, in qualche modo, innesca un circolo vizioso. Non si hanno i soldi per pagare stipendi dignitosi, quindi non si può attrarre una nuova risorsa umana qualificata che si unisca al sistema e porti nuove idee. Guardo alle generazioni con cui ho condiviso il master in beni culturali presso la Facoltà di Storia e faccio un confronto: quanti riescono a lavorare nel sistema e quanti scelgono altri settori per riuscire a mantenersi.»
Il caso dei musei è emblematico per l’intero settore: salari bassi, pochi posti di lavoro e una generazione giovane che, pur preparata, migra verso altri settori meglio retribuiti. L’esperta sottolinea che molti operatori culturali, oltre al loro lavoro a tempo pieno, devono svolgere numerose altre attività per mantenersi, come il coinvolgimento in vari progetti, collaborazioni con ONG e l’insegnamento universitario. Un recente studio mostra che solo il 19% degli operatori culturali in Romania guadagna a sufficienza per soddisfare i propri bisogni, mentre il 43% svolge attività al di fuori del settore per integrare il proprio reddito. Lo stesso studio evidenzia che il livello di benessere psicologico degli operatori culturali è notevolmente inferiore alla media europea di 64 punti sulla scala WHO-5, precisamente 49,5. Un punteggio inferiore a 50 punti è clinicamente considerato la soglia di una bassa qualità della vita. In altre parole, molti di coloro che producono cultura vivono al confine tra passione ed esaurimento.
Miruna Găman parla anche del problema delle iniziative di imprenditoria culturale. Pur incoraggiando tali progetti, considerando che sarebbe complicato per il bilancio pubblico sostenere l’intero settore culturale, il problema sorge, afferma l’esperta, quando queste iniziative promuovono un discorso elitario, che si presenta come “non per tutti” e il cui obiettivo principale è massimizzare il profitto. «Cosa si fa con quel profitto? Non si cerca di restituire qualcosa alla comunità? Ad esempio, nell’edificio in cui si apre un ristorante/bistrot, non si può trovare uno spazio da mettere a disposizione gratuitamente ad alcuni artisti agli inizi della loro carriera, diciamo?»
Un altro problema evidenziato da Miruna Găman riguarda le diverse linee di finanziamento pubblico. Parla della competizione ineguale per i fondi non rimborsabili, in cui piccole organizzazioni si contendono le stesse risorse con grandi istituzioni statali. «Ci sono organizzazioni non governative che competono con istituzioni pubbliche per gli stessi fondi, quindi è come se Davide e Golia si scontrassero per la stessa somma. Non si può mettere sullo stesso piano un’ONG composta da tre volontari e un “semi-dipendente” con un museo nazionale, che ha dipendenti retribuiti per cercare opportunità di sviluppo. E avranno chiaramente altre possibilità e altre risorse, in seguito, per realizzare un progetto. Dal mio punto di vista, dovrebbero esserci anche delle linee di finanziamento separate per le ONG e le istituzioni pubbliche.»
Miruna Găman conclude affermando che continuiamo a considerare la cultura come un fenomeno distante, rinchiuso in una torre d’avorio, e non necessariamente come qualcosa che potrebbe far parte della nostra vita quotidiana, aiutandoci a ritrovare l’equilibrio mentale e a connetterci gli uni con gli altri. E finché la cultura rimarrà percepita come un lusso e non come un bisogno primario, sarà difficile che gli stanziamenti di bilancio aumentino e che il lavoro di coloro che la producono venga riconosciuto e premiato di conseguenza.