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Bucarest sefardita

La storia degli ebrei sefarditi nello spazio romeno inizia verso la metà del XVI secolo ed è legata a Bucarest.

Il Museo
Il Museo "George Severeanu"

, 15.04.2025, 14:01

Autodefiniti anche ebrei spagnoli, i sefarditi arrivarono nella capitale della Valacchia, dopo che erano stati cacciati via dalla Spagna nel 1492 e si erano rifugiati nell’Impero ottomano. A Bucarest, si sistemarono nel quartiere chiamato oggi Centro storico, il quartiere commerciale, dove si occupavano di commercio e manifattura. Erano però, com’è menzionato nei documenti del XVIII secolo, anche usurai, interpreti e medici.

Felicia Waldman, docente di storia degli ebrei presso l’Università di Bucarest e ci ha parlato degli inizi della storia dei sefarditi di Bucarest, ci offre maggiori dettagli. “La prima prova di una presenza ebraica a Bucarest risale al 1550, quando abbiamo alcuni documenti emanati dal principe Mircea Ciobanu che parlano di ebrei con negozi nei pressi della Corte principesca. Sempre allo stesso anno risale una lettera del rabbi di Salonicco, Samuel de Medina, che faceva riferimento all’uccisione di un ebreo ottomano nei pressi della città e che menziona i nomi di cinque ebrei di Bucarest. A distanza di nove anni, abbiamo una seconda lettera stavolta del rabbi Josef Carol di Nicopoli, nel 1559, relativa a un caso simile in cui si parla nuovamente di testimoni e due dei nomi della prima lettera compaiono di nuovo. Ciò dimostra che quelle persone abitavano nella città, quindi erano una presenza stabile”, spiega Felicia Waldman.

Nei secoli successivi, i sefarditi diventarono presenze importanti nell’economia e nella cultura della capitale della Valacchia. “Nel 1694, Constantin Brâncoveanu organizzò gli ebrei in una gilda, evidentemente in vista dell’imposizione. Nel 1714 abbiamo una prima menzione, di nuovo molto chiara, che parla del principe Ștefan Cantacuzino il quale aveva fatto demolire la sinagoga delle periferie di Jignița per far dimenticare il ruolo che aveva avuto nell’allontanamento di Brâncoveanu. Mentre nel 1730, su consiglio di due ebrei sefarditi, Daniel de Fonseca e Mendez Bali, il principe Nicolae Mavrocordat riconobbe la comunità sefardita di Bucarest come struttura amministrativa separata, autonoma. Da de Fonseca abbiamo informazioni sulla famosa biblioteca di Nicolae Mavrocordat, dalla quale ha decifrato e copiato diversi manoscritti greci, che ha messo a disposizione di alcuni studiosi di Francia e Italia. Ha popolarizzato tramite una vasta corrispondenza le collezioni del principe, tra le quali, come nel caso di Brâncoveanu, c’erano anche manoscritti ebraici. Quindi Mavrocordat e Brâncoveanu collezionavano entrambi manoscritti in lingua ebraica”, aggiunge Felicia Waldman.

Il XIX secolo portò dei cambiamenti decisivi nella storia dello spazio romeno. Comparve lo stato romeno e i sefarditi riuscivano a tenere il passo con i tempi. “Già nel XIX secolo le cose cominciarono a cambiare. Nel 1819, la congregazione degli ebrei spagnoli fece costruire la più grande e impressionante sinagoga, Cahal Grande oppure il Grande Tempio Spagnolo, che sarebbe stato poi interamente bruciato dai legionari durante la ribellione del 21-23 gennaio 1941. Nel 1846, la congregazione fece costruire una seconda sinagoga, Cahal Cicu oppure il Tempio Spagnolo Piccolo, che Ceaușescu fece demolire nel 1987. Sui sefarditi della Valacchia ci è rimasta una testimonianza di Iuliu Barasch che parlava dell’<altra parte della popolazione israelita.> Perché? Perché, nel frattempo, erano arrivati a Bucarest anche ebrei di origine tedesca aschenaziti, che erano già più numerosi dei sefarditi e allora, parlando di sefarditi, Barasch diceva <l’altra parte della popolazione israelita di questa zona è formata dai cosiddetti frânci o spagnoli. Loro indossano gli abiti della Valacchia e parlano tra di loro un dialetto spagnolo-castigliano, che ovviamente è adesso più o meno corrotto nella loro pronuncia.> In realtà, si trattava dello spagnolo medioevale che non assomigliava allo spagnolo allora parlato in Spagna”, precisa Felicia Waldman.

I sefarditi erano una comunità dinamica, facevano parte delle élite finanziarie e si erano integrati nella cultura e nella mentalità collettiva romena “Perché gli ebrei spagnoli erano arrivati nei Principati Romeni soprattutto attraverso l’Impero Ottomano, erano più abbienti, facevano i mercanti, avevano legami sia nell’Occidente, che nell’Oriente e di conseguenza erano meno visibili e più facilmente integrabili. La loro lingua si assomigliava al romeno, non indossavano abiti specifici, avevano costumi meno diversi e allora s’integravano più facilmente. A differenza di loro, gli ebrei aschenaziti, la maggior parte di loro polacchi, parlavano yiddish, il loro accento era molto più evidente, si vestivano in un modo speciale e potevano essere identificati più facilmente e trasformati in bersagli della discriminazione”, dice ancora la nostra ospite.

Felicia Waldman ha spiegato anche quali sono stati i momenti finali della storia dei sefarditi bucarestini nella seconda metà del XX secolo. “La fine della comunità è avvenuta nel 1948 quando i comunisti l’hanno smantellata, evidentemente perché era molto più facile controllare un’unica comunità. Di conseguenza, hanno chiuso la comunità sefardita, trasformandola in una sezione all’interno della Comunità degli Ebrei di Bucarest, chiusa anch’essa nel 1965. Questo perché da una parte erano rimasti pochi ebrei sefarditi, non erano mai stati numerosi, il loro numero massimo non aveva mai superato qualche migliaio, mentre il numero degli ebrei aschenaziti di origine tedesca era arrivato, prima della seconda guerra mondiale, a un totale di circa 780.000. Quindi sui 780.000, qualche migliaio erano sefarditi, gli altri erano tutti aschenaziti”, conclude Felicia Waldman.

Il patrimonio della comunità sefardita di Bucarest è visibile ancora oggi in tutto il centro storico della città e rappresenta la storia degli ebrei, ma anche la storia dei romeni.

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