Progetti strategici europei in Romania: benefici economici o rischi ambientali?
Nel 2025, la Commissione Europea ha pubblicato l'elenco dei 47 progetti strategici inclusi nell'Atto sulle materie prime critiche.
Iulia Hau, 09.04.2026, 11:30
L’iniziativa mira a ridurre la dipendenza dell’Europa dalle materie prime strategiche, in particolare quelle importate dalla Cina. L’Unione Europea intende ridurre del 30% le importazioni di tali minerali critici da paesi extra-UE entro il 2030.
Tre di questi progetti saranno sviluppati nella Romania occidentale. Si tratta di investimenti pari a 615 milioni di euro per lo sfruttamento di tre materie prime: grafite, a Baia de Fier, nella provincia di Gorj, da parte di un’azienda romena; magnesio, a Budureasa, nella provincia di Hunedoara, da parte di un’azienda americana; e rame, a Rovina, nella provincia di Hunedoara, da parte di un’azienda canadese.
Il ministro dell’Energia Bogdan Ivan afferma che queste materie prime sono utilizzate in una vasta gamma di settori: aerospaziale e aeronautico, elettricità, apparecchiature mediche, batterie per pannelli solari e computer portatili. Sono inoltre impiegate nelle comunicazioni mobili, nel GPS, in internet, nella fibra ottica, nonché nei sistemi di automazione e nei componenti elettronici, e soprattutto nell’industria della difesa.
Il giacimento di rame di Rovina è considerato il secondo più grande d’Europa, con un valore stimato di circa 300 milioni di euro. Tuttavia, è anche uno dei progetti minerari più controversi del paese, aspramente criticato dalle organizzazioni ambientaliste. Nel 2024, gli attivisti hanno ottenuto diverse sentenze favorevoli che hanno bloccato alcuni investimenti. Tra le critiche mosse, spicca l’impatto socio-ecologico sulle comunità di Rovina. Altri interrogativi sollevati da associazioni come Eco Rovina Bucureșci e Declic riguardano la fattibilità finanziaria del progetto: la concentrazione del minerale di rame è considerata bassa o molto bassa, il che mette in discussione la redditività dello sfruttamento.
Roxana Pecea, coordinatrice della campagna Declic e ricercatrice associata presso Mining Watch Romania, ha precisato: “Per quanto riguarda l’estrazione del rame in Romania, abbiamo già una miniera operativa, quella di Roșia Poieni, famosa qui in Romania perché… credo che molte persone abbiano visto le foto di quella orribile cava che si estende per centinaia di metri nel sottosuolo e soprattutto del bacino di decantazione di Geamăna, che nel corso degli anni ha inghiottito un villaggio e ora, molto più recentemente, una chiesa. E quelle foto hanno un impatto molto forte perché mostrano in tutta la loro portata una cava di rame matura e gli effetti a lungo termine, perché quel bacino di decantazione contiene sostanze tossiche e rimarrà lì per centinaia di anni.”
L’esperta solleva anche un’altra questione importante. Afferma che qualsiasi progetto di estrazione, sia in Romania che in Europa, dovrà tenere conto del libero mercato perché, secondo Pecea, i minerali attualmente estratti in Romania finiscono, come materie prime, per essere acquistati dalla Cina, non dalla Romania o da un altro Stato europeo. “Credo che questo sia estremamente importante, un argomento di cui non si parla volentieri, né in Romania, da parte delle autorità, né a livello dell’Unione Europea. Qualsiasi progetto che riguardi i minerali in Romania o in Europa dovrà tenere conto del libero mercato. Non abbiamo certezze, assolutamente nessuna, al contrario, abbiamo un esempio concreto che ci dice qualcosa di completamente diverso: questi minerali sono destinati all’acquirente che offre di più. E credo che questo sia il contesto fondamentale in cui deve svolgersi la discussione.”
I rappresentanti della compagnia mineraria affermano che il progetto creerà posti di lavoro stabili e ridurrà l’impatto ambientale. Promettono che la miniera di Rovina non utilizzerà cianuro e che l’area verrà ripristinata man mano che i lavori procedono. Roxana Pecea, tuttavia, ha una prospettiva diversa. “Rovina ha una lunga tradizione mineraria, interrotta da almeno 30-40 anni. Ma si tratta di estrazione sotterranea, il che significa che al momento non ci sono inquinamento storico o altri problemi specifici di un’area mineraria. È quindi una zona ricoperta da pascoli e foreste. È persino un’oasi di biodiversità, un santuario della fauna selvatica nei Carpazi Occidentali. Trasformarla in una miniera a cielo aperto avrebbe ripercussioni a lunghissimo termine sull’economia locale, per non parlare dei problemi ambientali che genererebbe.”
Articoli specializzati dimostrano che, in tutta Europa, numerosi progetti minerari considerati strategici per la transizione verde stanno incontrando resistenza a livello locale, azioni legali e campagne da parte di ONG ambientaliste. Queste ultime denunciano l’impatto sull’acqua, sulla biodiversità e sui terreni agricoli, ma anche il fatto che tali progetti beneficiano di un trattamento preferenziale in fase di autorizzazione. Tra gli esempi si annoverano due miniere di litio in Portogallo, una nella Repubblica Ceca, una miniera in Serbia e il progetto Sakatti in Finlandia, che mira allo sfruttamento di nichel, rame e metalli del gruppo del platino.
Anche a Rovina la comunità è divisa. Alcuni residenti sono disposti a vendere i propri terreni per consentire lo sviluppo della cava e l’estrazione di 650.000 tonnellate di rame e oltre 300 tonnellate d’oro, secondo le stime dell’azienda. Altri si rifiutano di andarsene e si oppongono al progetto.