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Bucarest, capitale della Valacchia cosmopolita

Nella storia dei principati di Valacchia e Moldavia, il XVIII secolo è conosciuto come il secolo fanariota. È un periodo che non coincide precisamente con l'inizio e la fine del Settecento.

Bucarest, capitale della Valacchia cosmopolita
Bucarest, capitale della Valacchia cosmopolita

, 06.09.2021, 12:33

Nella storia dei principati di Valacchia e Moldavia, il XVIII secolo è conosciuto come il secolo fanariota. È un periodo che non coincide precisamente con l’inizio e la fine del Settecento, ma che comincia in Moldavia nel 1711 e in Valacchia nel 1714. Per entrambe, si concluse nel 1821, con la Rivoluzione guidata da Tudor Vladimirescu, a seguito della quale i principi regnanti nativi vennero reinsediati. All’epoca dei fanarioti, i Principati romeni erano vassalli dell’Impero Ottomano, che li controllava attraverso funzionari greci del quartiere del Fanar di Istanbul.

Chiamati Fanarioti, furono unti principi regnanti di Moldavia e Valacchia per periodi abbastanza limitati. Un periodo sempre visto come uno del regresso, e l’immagine è ancora presente. Gli stati romeni, infatti, avevano perso la loro autonomia, non avevano più una propria moneta, né un proprio esercito. I due principati erano stati sottoposti a un processo accelerato di adozione della moda, della cultura e dei costumi dell’Oriente. Nella coscienza collettiva, la caratteristica principale di questo periodo è la corruzione, una piaga importata dall’Oriente e ancora presente in Romania. Ma ci sono anche altre sfaccettature dell’epoca fanariota, come nota lo storico Tudor Dinu.

Fu un periodo particolarmente interessante segnato a prima vista da questa orientalizzazione della società, poiché prima dei Fanarioti, la cultura orientale era relativamente sconosciuta nello spazio romeno. Solo un esempio: all’epoca, tutte le delizie culinarie d’Oriente si trovavano nei mercati romeni. Ma in realtà è a questo periodo che risalgono anche i primi segni dell’occidentalizzazione dei due Stati, poiché i fanarioti furono anche un vettore che favorì l’arrivo della cultura italiana e poi francese nei Principati romeni. La mia ricerca ha illustrato, tra l’altro, il fatto che l’occidentalizzazione dello spazio romeno non è avvenuta dopo la rivoluzione del 1821. E i fanarioti, che si informavano sulla civiltà occidentale, all’inizio per scopi di spionaggio per la Sublime Porta, di fatto permisero l’accesso della cultura occidentale alla Romania, spiega lo storico.

Usanze e modelli occidentali arrivarono timidamente nei Principati romeni, diventati teatri operativi durante i frequenti conflitti tra Austria, Russia e Turchia. L’occidentalizzazione arriva dopo la prima occupazione austriaca, iniziata nel 1789, e intensificata dall’arrivo delle truppe russe schierate anche a Bucarest. I soldati russi non furono i primi stranieri a stabilirsi nella capitale valacca, che, a partire dall’era fanariota, divenne una città veramente cosmopolita. Questi stranieri si integrarono gradualmente nella società locale, per creare anche la miscela di culture così specifica per la città di Bucarest. Ad esempio, sempre più greci si stabilirono nella capitale valacca durante l’epoca fanariota, creando una comunità che contava tra il 5 e il 10% della popolazione della città: letterati, dignitari, imprenditori, mercanti e artigiani si distinguevano tuttavia dal resto della popolazione, afferma lo storico Tudor Dinu. Ma chi erano gli altri stranieri che vivevano a Bucarest?

Si trattava prima di tutto di ebrei, una popolazione molto dinamica, vessata dalla popolazione cristiana – a sua volta istigata dal clero – ma protetti dai principi fanarioti. Diedero un contributo fondamentale allo sviluppo economico della città di Bucarest, in particolare nel campo dell’abbigliamento, della rilegatura di libri e della lavorazione dei metalli. Erano gioiellieri, ma anche mercanti. Anche gli armeni erano una presenza dinamica. Erano chiamati ebrei cristiani, poiché avevano abitudini somiglianti e un modo simile di fare affari. I rom, chiamati all’epoca zingari, erano estremamente numerosi. Il loro contributo fu essenziale nei lavori troppo difficili per i romeni, come la lavorazione dei metalli, ma anche lo sfruttamento dell’oro nelle acque del fiume Dâmboviţa. I rom erano anche i re degli spettacoli di strada dell’epoca. Vestiti con costumi da orso, ballavano al ritmo di una musica che affascinava il pubblico delle osterie. Io ho studiato anche la comunità dei turchi, che erano però meno numerosi, poiché i privilegi concessi alla Valacchia consentivano solo la presenza sul territorio del paese di un segretario turco del principe e della sua squadra. Si chiamava Divan Efendi. C’era anche una fanfara principesca composta da musicisti turchi, una forza di polizia ottomana, e alcuni mercanti. Il popolo balcanico era molto più numeroso. Per i cristiani, Bucarest era un vero Eldorado. Era particolarmente difficile entrare nello spazio romeno. Era necessario portare documenti speciali, una specie di vist chiamato teșcherea, che permetteva l’accesso alla terra promessa. Gli stranieri originari dei Balcani erano chiamati serbi, anche se tra loro c’erano anche gli albanesi. I serbi, cioè i popoli del sud del Danubio, di origine slava, si occupavano principalmente della coltivazione degli ortaggi e della lavorazione delle pelli degli animali. È nelle vie dell’attuale centro storico, Lipscani e Gabroveni, che molti commercianti bulgari svolgevano la loro attività, aggiunge Tudor Dinu.

Fu sempre durante il periodo fanariota che anche altri tedeschi, oltre ai sassoni della Transilvania, iniziarono a stabilirsi a Bucarest per portare la loro perizia tecnica. Furono seguiti dai francesi, soprattutto insegnanti che impartivano lezioni private ai figli dei boiardi romeni. In effetti, quest’epoca ebbe molte sfaccettature e l’ingresso degli stati romeni nella sfera di influenza dell’Oriente portò di fatto alla loro occidentalizzazione.

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