Una romena sulle tracce di Nansen
Una missione multinazionale di esplorazione polare è giunta nell'Artico a bordo della Polarstern (Stella Polare), una nave labirintica piena di cabine per l'equipaggio e laboratori di ricerca ben attrezzati.
Ana-Maria Cononovici, 18.03.2026, 07:00
Durante la spedizione, meteorologi, biologi, fisici e oceanografi alloggiano in cabine con due letti a castello, tre per cabina. La spedizione Mosaic, come è stata chiamata, si è proposta di studiare i cambiamenti climatici, un argomento che sta diventando sempre più scottante, come confermato da Adela Dumitrașcu, romena nata a Brașov e residente in Svezia, che ha fatto parte del team di ricerca: “Si tratta di cambiamenti che vediamo con i nostri occhi, e che sono stati analizzati e comprovati dai dati raccolti durante la spedizione. Ma ora la domanda è se siamo preparati, come società, come umanità, ad affrontare questi cambiamenti, perché interesseranno, più o meno, tutte le zone costiere del mondo.” – ha detto Adela Dumitrașcu.
Oceanografa, geofisica e ingegnere ricercatrice, Adela Dumitrașcu studia il ghiaccio marino e l’impatto dei cambiamenti climatici sul suo spessore e sulla sua struttura. Nella spedizione Mosaic, i ricercatori sono partiti sulle tracce di Nansen, ma con tecniche molto più avanzate. “La spedizione Mosaic è stata la più grande spedizione polare organizzata dalla fine del XIX secolo. Nansen non è stato solo un esploratore polare. Alla fine del XIX secolo, tutti gli esploratori volevano conquistare il Polo Nord, il Polo Sud, piantare una bandiera da qualche parte. Ma Nansen era prima di tutto uno scienziato, e la sua idea era quella di congelare la sua nave, la Fram, perché aveva un’idea di come funzionassero le correnti marine al Polo Nord. Il suo piano era: portare la nave in un punto specifico, al largo delle coste della Siberia, farla congelare e poi lasciarla galleggiare con il ghiaccio. Dopo alcuni anni, quando sarebbe uscita dal ghiaccio, si sarebbe scoperto se le correnti si movevano effettivamente a quella velocità. Ha studiato anche il clima e ha prelevato campioni di ghiaccio e d’acqua contemporaneamente. Quando Nansen è andato al Polo alla fine del XIX secolo, il ghiaccio aveva uno spessore di 5 metri, quindi era praticamente impossibile romperlo. Nessuno è mai stato al Polo Nord durante l’inverno; solo d’estate le rompighiaccio possono raggiungere la zona e rompere il ghiaccio, perché è più sottile. Ma il clima è cambiato, il ghiaccio non è più così spesso, e quindi l’Istituto Alfred Wegener in Germania ha avuto l’idea di replicare in parte la spedizione di Nansen e congelare una rompighiaccio in una zona simile a quella in cui Nansen aveva congelato la sua, al largo della Siberia, e lasciarla galleggiare con il ghiaccio per un anno. Abbiamo calcolato che ci sarebbe voluto un anno per raggiungere lo Stretto di Fram. In realtà ci è voluto meno di un anno, circa nove mesi, perché il ghiaccio è completamente cambiato e non sono stati condotti studi precedenti. In teoria possiamo immaginare come sia l’inverno al Polo Nord, ma vogliamo raccogliere dati in situ, non estrapolare i dati che abbiamo durante l’estate, e per questo è necessario avere squadre che siano costantemente sul ghiaccio.” – ha detto ancora Adela Dumitrașcu.
L’obiettivo della missione era studiare i modelli climatici per capire come cambierà il clima in futuro. Adela Dumitrașcu ha aggiunto: “L’idea era di studiare l’intera colonna, dal fondale oceanico alla stratosfera. E per farlo servono molti team diversi. Parliamo di oceanografia, fisica del ghiaccio, biochimica, scienze atmosferiche. Siamo stati 600 ricercatori e 20 paesi hanno contribuito finanziariamente a questa grande spedizione. La Svezia ha contribuito sia finanziariamente che logisticamente, perché abbiamo una rompighiaccio. Il nostro interesse, in questa spedizione di un anno, era di essere lì quando il ghiaccio si forma, di solito a settembre, quando inizia a ricongelarsi, è la fine dell’estate. Al Polo Nord, inizia l’autunno e il ghiaccio si ricongela, e quindi i gas che studiamo rimangono intrappolati nel ghiaccio che si forma. Il nostro obiettivo era di essere lì dall’inizio della spedizione, fino all’arrivo della primavera. Al Polo Nord, quando la luce riappare, il ghiaccio inizia a sciogliersi un po’ e i gas sono molto volatili, raggiungono immediatamente l’atmosfera.”
Tra le osservazioni preoccupanti, che offrono spunti di riflessione, Adela Dumitrașcu ha sottolineato: “Il ghiaccio è molto più sottile, molto diverso, e questo ha un impatto a livello atmosferico, perché quando il ghiaccio si rompe si creano questi spazi neri, come li chiamiamo noi. Poi l’acqua dell’oceano, che non riflette più la luce come dovrebbe, ha un impatto sull’atmosfera, sulla stratosfera. E ovviamente, quando parliamo dell’oceano, vediamo che la temperatura è cambiata, si è riscaldata, un piccolo riscaldamento, di mezzo grado. Perché un grado è già un riscaldamento enorme, e quando parliamo di acqua oceanica vediamo nuove specie che si spostano. Normalmente, quando cambia la temperatura dell’acqua, diverse specie arrivano o vanno via.”
Economia, riciclo, riutilizzo, ma soprattutto consapevolezza sarebbero le uniche possibilità per l’umanità di sopravvivere.